Valore condiviso

IL CUORE DEL MATCHING PROFIT-NON PROFIT

Una linea di pensiero sostenuta anche da una buona parte del mondo non profit, sostiene che le imprese dovrebbero dare di più, dovrebbero essere più impegnate e responsabili. Questo tuttavia sta già succedendo, così come è dimostrato dai dati di recenti ricerche.

Il II Rapporto 2017 C.d.A. e politiche di sostenibilità “Governance della Sostenibilità nelle imprese quotate italiane”, rileva la crescente importanza del Bilancio di sostenibilità, confermata dalla adesione agli standard internazionali di rendicontazione (91%) e dalla frequente approvazione dello stesso da parte del C.d.A. (85%), nonostante non sia obbligatoria. Si evidenzia, inoltre, come negli ultimi anni si sia verificata una crescita nell’uso del sito web: nel FTSE MIB quasi l’80% delle imprese ha dedicato una sezione ad hoc del proprio sito web per presentare le strategie, gli obiettivi e le iniziative legate alla Sostenibilità, a dimostrazione del fatto che il contatto diretto con gli stakeholder si configura sempre più come elemento fondante dell’impegno messo in atto.

Il VII Rapporto di indagine sull’impegno sociale delle aziende in Italia presenta dati record: l’80% delle imprese italiane con oltre 80/100 dipendenti dichiara di impegnarsi in iniziative di CSR, per un investimento globale che ha raggiunto la cifra (dal 2001 anno in cui si iniziò a monitorare il fenomeno) di 1 miliardo e 122 milioni di euro nel 2015.

Tali dati dimostrano come le imprese, anche in Italia, si stiano muovendo nella direzione che va verso un maggiore impegno e responsabilità sociale.

Quando Michael Porter parla di generare Valore Condiviso al TEDGLOBAL 2013 sul tema:

“Perché il business può essere utile nel risolvere i problemi sociali”

intende la capacità di affrontare un problema sociale cercando di risolverlo “prendendo a prestito” un business model.

Occorre riuscire a creare valore sociale e valore economico simultaneamente.

I nuovi ETS, (so)spinti non solo da un fermento culturale inarrestabile e da una mancanza sempre più radicale di risorse (umane, economiche e tecnologiche), ma anche da una ormai partorita riforma del settore, dovranno prepararsi a sperimentare una rinnovata vision e una più non esclusiva mission.

Per cogliere le opportunità in gioco e le risorse disponibili, sarà bene abbandonare in modo definitivo qualsiasi atteggiamento autoreferenziale, che spesso “costringe” a pensare che si sia soli nel dedicarsi a fare del bene, per rendersi promotori di partnership che, oltre a creare valore sociale, sostengano la creazione di valore economico. Quest’ultimo, infatti, non può più essere demandato in toto all’impresa.

I nuovi ETS debbono rimettersi in salute e “riprendersi” come prima mission quella della loro sostenibilità, dal momento che se non si sostiene se stessi, in primis, come si può pretendere di sostenere altri?

E come si può solo pensare di proporsi come partner strategici e portatori di interessi?

Nel decreto legislativo 3 luglio 2017, n.117 vengono messi a disposizione strumenti digitali di fundraising e finanza sociale per operare in questa direzione: occorre non farsi cogliere impreparati.

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